L’insegnamento della Chiesa cattolica sulle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender o queer (LGBTQ) viene spesso ridotto a pochi passaggi del Catechismo della Chiesa cattolica. Ma l’insegnamento della Chiesa su questo tema è molto più ricco di quelle poche righe, per quanto importanti. Sotto questo aspetto, la situazione è simile a quella che riguarda la posizione della Chiesa sul matrimonio, sulla povertà, sulla pena di morte, sull’ambiente o su numerose altre questioni complesse. L’insegnamento della Chiesa su tutte queste tematiche, sviluppatosi nel corso di duemila anni, è troppo ricco per poter essere racchiuso persino in un libro, per quanto esaustivo possa essere.
Tenendo presente tutto questo, poniamoci una domanda: che cosa insegna la Chiesa cattolica riguardo alle persone LGBTQ?
Dio ti ha creato e ti ama
L’insegnamento più fondamentale riguardo alle persone LGBTQ è questo: ogni essere umano è creato e amato da Dio. Come ha scritto Papa Leone XIV nella sua enciclica «Magnifica Humanitas», «Al centro della visione cristiana dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario» (n. 50). Questo vale anche per le persone LGBTQ. Oggi può sembrare evidente alla maggior parte dei cattolici, ma nei decenni passati lo era molto meno.
La nostra dignità di esseri umani è inviolabile, come afferma Papa Leone in questo splendido passaggio: «È la dignità che appartiene a ogni essere umano semplicemente per il fatto di esistere, di essere stato voluto, creato e amato da Dio: nessun peccato, nessun fallimento, nessuna umiliazione, nessuna esclusione può intaccare il valore profondo di una vita umana che Lui ha voluto e chiamato all’essere.» (n. 52).
La Chiesa insegna inoltre che Dio ama ogni persona con un amore smisurato, difficile persino da comprendere, che supera anche l’amore profondo che un genitore affettuoso prova per un figlio. «Ti ho amato di amore eterno», dice Dio nel Libro di Geremia (33,1). E, come ogni genitore amorevole desidera per il proprio figlio, Dio vuole soltanto il nostro bene: «Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo», dice Dio, «progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza» (Ger 29,11).
Per molte persone LGBTQ, soprattutto per quelle che si sentono in qualche modo un errore, alle quali è stato detto di non essere desiderate, o che sentono di essere state rifiutate dalla propria Chiesa o dalla propria famiglia, questi insegnamenti sono essenziali. In Occidente, forse molte persone LGBTQ credenti sanno istintivamente che Dio le ama, grazie all’affetto di genitori, fratelli e sorelle, sacerdoti e insegnanti, ma anche grazie alle esperienze vissute in parrocchie accoglienti, attraverso i sacramenti e nella propria preghiera. In altre parti del mondo, però, dove l’omofobia è dilagante, persino negli ambienti cattolici, questo aspetto dell’insegnamento della Chiesa deve essere sottolineato più e più volte.
Il rischio di non insegnare in modo chiaro e ripetuto che Dio ama le persone LGBTQ non è soltanto che queste possano continuare a essere perseguitate ed escluse, il che sarebbe già di per sé abbastanza tragico. Un rischio altrettanto grave è che le persone LGBTQ (insieme ai loro amici e familiari) finiscano per convincersi che Dio non le ami veramente: esattamente il contrario di ciò che la Chiesa crede e insegna.
È inoltre importante sottolineare un altro aspetto: la Chiesa cattolica non insegna da nessuna parte che il semplice fatto di essere LGBTQ sia un peccato.
L’insegnamento più fondamentale della Chiesa che i cattolici LGBTQ devono comprendere è dunque che Dio ti ha creato e ti ama. E proprio per questo possiedi una dignità che nessuno può toglierti.
Gesù e i Vangeli
Tenendo presente tutto questo, parliamo ora di Gesù.
Per un cristiano, gli insegnamenti più essenziali della Chiesa si fondano su ciò che Gesù ha detto e fatto durante il suo ministero pubblico. Secondo le parole della Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione del Concilio Vaticano II, «Dei Verbum», Gesù Cristo è la «pienezza della rivelazione» (n. 2). Si potrebbe dunque affermare che la fonte più fondamentale dell’insegnamento della Chiesa non sia tanto un libro, quanto una persona: Gesù Cristo.
Durante il suo ministero pubblico, Gesù non ha detto nulla sull’omosessualità, almeno per quanto riportano i Vangeli. E avrebbe certamente potuto farlo. Si pronuncia infatti su diverse questioni collegate, dal matrimonio al divorzio, fino ai legami familiari (Mt 19,1-12; Mc 3,31-35). Ma sull’omosessualità rimane silente.
D’altra parte, Gesù ci mostra come andare incontro a coloro che si trovano ai margini, una condizione nella quale oggi molte persone LGBTQ sentono di vivere, sia all’interno della Chiesa sia nella società in generale.
Numerosi racconti evangelici narrano gli incontri di Gesù con persone che si sentivano rifiutate, ignorate o escluse. Ognuno di questi incontri può insegnarci qualcosa, soprattutto quando riflettiamo sulla risposta della Chiesa alle persone LGBTQ, molte delle quali si sentono emarginate.
In che modo, dunque, Gesù tratta coloro che si trovano ai margini? Consideriamo brevemente tre episodi dei Vangeli.
Anzitutto, nei Vangeli di Matteo e di Luca, Gesù incontra un centurione romano che lo supplica di guarire il suo servo (Mt 8,5-13; Lc 7,1-10). Quando il centurione dice a Gesù di non essere «degno» che egli entri «sotto il mio tetto», Gesù dichiara che la fede di quell’uomo è più grande di qualsiasi altra abbia trovato in Israele e ne guarisce il servo. Si noti che, sebbene questo centurione, secondo il Vangelo di Luca, avesse finanziato la costruzione della sinagoga locale, egli era quanto di più lontano si potesse immaginare dall’ambiente ebraico: era un romano, un pagano e un membro di un esercito di occupazione.
Eppure Gesù tratta il centurione con immenso rispetto e compie per lui un grande gesto di bene. È uno dei primi segni del modo in cui Gesù si rapporta alle persone che vivono ai margini.
In secondo luogo, consideriamo la storia della donna samaritana, spesso chiamata «la donna al pozzo», narrata nel Vangelo di Giovanni (4,4-42). Si tratta di un passo importante per le persone LGBTQ perché, con il progredire del racconto, scopriamo che questa donna samaritana era stata probabilmente emarginata dalla sua comunità (il che spiegherebbe perché andasse ad attingere acqua a mezzogiorno, nell’ora più calda della giornata, quando le altre donne non si trovavano lì). Una possibile ragione della sua esclusione, che Gesù intuisce, è che la donna era stata sposata cinque volte e ora viveva con un uomo che non era suo marito. Aveva dunque quello che potremmo definire un passato e un presente sessuale irregolari.
Questo è uno dei motivi per cui ci si potrebbe aspettare che Gesù non dedichi molto tempo a questa donna, o addirittura che la ignori. Inoltre, è una samaritana, appartenente a una comunità che spesso era in contrasto con molti ebrei dell’epoca. È anche per questo che la parabola del buon samaritano, raccontata da Luca, ha una forza così dirompente (10,25-37). E naturalmente è una donna. E sebbene Gesù parli spesso con le donne durante il suo ministero pubblico, il Vangelo di Giovanni racconta che i discepoli rimangono «sorpresi» nel vederlo parlare con lei.
Eppure Gesù si intrattiene con la donna samaritana in una delle conversazioni più lunghe riportate nei Vangeli e le si rivela come «acqua viva». Dopo questo incontro, la donna torna dalla sua gente per annunciare ciò che ha vissuto. In questo modo diventa un’apostola: non una dei Dodici, ma comunque un’apostola, cioè una persona inviata, che è il significato originario della parola greca apostolos. Vale la pena osservare, tra l’altro, che in questo passo non vi è il minimo accenno di condanna; al contrario, è il racconto di Gesù che incontra la donna samaritana, la ascolta e le rivela qualcosa di fondamentale sulla propria identità divina. È un altro segno del modo in cui Gesù tratta coloro che si trovano ai margini.
Infine, possiamo considerare il racconto di Luca su Zaccheo, il capo dei pubblicani di Gerico (19,1-10). Molto probabilmente Zaccheo era malvisto dalla popolazione ebraica di Gerico per due ragioni: innanzitutto, per la sua collaborazione con le autorità romane e, in secondo luogo, per il sospetto diffuso che gli esattori delle tasse trattenessero per sé parte del denaro riscosso, arricchendosi a spese degli altri.
Possiamo vedere in Zaccheo una sorta di figura emblematica del cattolico LGBTQ: non perché le persone LGBTQ debbano essere associate al peccato, ma per il senso di esclusione che probabilmente egli provava. La sua situazione e la risposta di Gesù nei suoi confronti ci invitano a riflettere sull’impegno pastorale della Chiesa verso le persone LGBTQ.
Il Vangelo di Luca descrive Zaccheo come «piccolo di statura». E quanto poco peso, o quanto poco riconoscimento, hanno oggi le persone LGBTQ all’interno della Chiesa? Inoltre, Zaccheo non riesce a vedere Gesù «a causa della folla», proprio perché è fisicamente basso. E quante volte la Chiesa è diventata quella «folla» che impedisce a chi ha poca «statura», cioè poco riconoscimento, di vedere Gesù? Così Zaccheo deve arrampicarsi su un sicomoro lì vicino per riuscire a scorgerlo, facendo più di quanto debbano fare gli altri per vivere lo stesso incontro.
Quando Gesù scorge Zaccheo sull’albero, annuncia alla folla che andrà a mangiare a casa sua: ciò che gli studiosi del Nuovo Testamento chiamano comunione di mensa, un segno inequivocabile di accoglienza.
Eppure, come osserva Luca, la folla reagisce con indignazione: «Vedendo ciò, tutti mormoravano». Allora come oggi, mostrare misericordia verso le persone che si trovano ai margini suscita sempre l’indignazione di alcuni.
Tuttavia, sia Gesù sia Zaccheo rimangono fermi sulle proprie posizioni (il termine greco qui utilizzato, statheis, richiama proprio questa fermezza). A quel punto, l’esattore delle tasse vive una conversione, promettendo di restituire quattro volte tanto a chiunque abbia frodato e di donare ai poveri la metà dei suoi beni.
È interessante notare che i verbi greci sono al tempo presente: «Restituisco…», «Do…». Forse, dunque, la conversione che siamo chiamati a riconoscere non è soltanto quella di Zaccheo, ma anche quella della folla, che si rende conto che quell’uomo emarginato era più generoso di quanto avesse immaginato.
La storia di Zaccheo può insegnarci quanto sia importante che la Chiesa rimanga accanto a coloro che si trovano ai margini, anche quando altri «mormorano». Nel loro insieme, questi tre racconti evangelici — quello del centurione romano, quello della donna samaritana e quello di Zaccheo — costituiscono forme fondamentali dell’insegnamento della Chiesa e ci ricordano la necessità di stare accanto a coloro che si sentono esclusi, come spesso accade alle persone LGBTQ.
(Per ascoltare una conferenza su questi tre racconti evangelici, tenuta presso la Chiesa del Gesù a Roma, clicca qui).
L’omosessualità nell’Antico e nel Nuovo Testamento
Come ho già ricordato, sebbene la questione dell’omosessualità sia oggi particolarmente importante per molte persone, Gesù non si pronuncia mai esplicitamente su questo tema nei Vangeli, pur avendone avuto la possibilità. Secondo una teoria recente, il servo del centurione romano sarebbe stato in realtà il suo amante. Questa interpretazione si basa sull’uso del termine greco pais («giovane, ragazzo, allievo»), che si potrebbe considerare più affettuoso rispetto al termine doulos («servo» o «schiavo»), più comunemente utilizzato nei Vangeli. Si tratta, tuttavia, di una posizione minoritaria tra gli studiosi.
Nel complesso, possiamo affermare che non vi sono prove che l’omosessualità venga affrontata nei Vangeli.
I pochi passi in cui si parla di omosessualità nell’Antico e nel Nuovo Testamento, considerati più in generale, ne danno una valutazione negativa. Per esempio, nel Levitico viene definita un «abominio» (18,22). Proprio a causa del loro carattere negativo, questi pochi brani vengono spesso chiamati in inglese clobber passages, ossia «passi biblici usati per colpire», perché sono stati impiegati per attaccare e ferire i cristiani LGBTQ.
Tuttavia, anche una lettura sommaria di questi passi mette in luce alcune considerazioni importanti.
Innanzitutto, nell’Antico Testamento moltissime cose vengono definite un «abominio» o, più in generale, sono proibite: le pratiche commerciali disoneste (Dt 25,13-16), il consumo di carne di maiale (Lv 11,7-8), la coltivazione di due specie diverse nello stesso campo (Lv 19,19), e così via. Inoltre, nell’Antico Testamento diverse trasgressioni sono indicate come punibili con la morte, per esempio l’adulterio (Lv 20,10).
Eppure, dobbiamo considerare queste prescrizioni nel loro contesto storico e culturale. Se oggi non siamo ebrei osservanti, probabilmente non evitiamo di mangiare carne di maiale. Se siamo agricoltori, potremmo benissimo coltivare specie diverse nello stesso campo. E sebbene l’adulterio sia un peccato, la maggior parte dei cristiani non ritiene che debba essere punito con la pena di morte. In altre parole, la maggioranza dei credenti contemporanei comprende queste condanne e queste restrizioni alla luce del loro contesto storico e culturale.
Come ci ricorda la Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione del Concilio Vaticano II, («Dei Verbum»): «Dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta [25], per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede». (n. 12).
Allo stesso modo, nell’Antico e nel Nuovo Testamento vi sono alcune pratiche considerate moralmente accettabili, ma che oggi riconosciamo come profondamente ingiuste o addirittura malvagie: la schiavitù ne è l’esempio più evidente. Il Libro dell’Esodo consente a un padre di vendere la propria figlia come schiava (21,7) e, nella Lettera agli Efesini, San Paolo esorta gli schiavi a «obbedire ai loro padroni terreni» (6,5-9). La maggior parte dei cristiani oggi comprende che questi insegnamenti devono essere interpretati nel loro contesto storico e, talvolta, come nel caso della schiavitù, ripensati in modo completamente nuovo.
Per quanto riguarda le condanne dell’omosessualità da parte di San Paolo, esiste un intero ambito di studi dedicato a comprendere che cosa intendesse con i termini arsenokoitai (un apparente neologismo coniato da San Paolo, che combina le parole greche per «maschio» e «letto») e malakoi (che significa «molli» o «deboli»), utilizzati per descrivere ciò che egli condanna. Alcuni studiosi contemporanei sostengono che questi riferimenti possano riguardare soprattutto forme di dominio maschile, di sopraffazione o di violenza sessuale, piuttosto che le relazioni reciproche, amorevoli e consensuali che molte coppie dello stesso sesso vivono oggi: un tipo di relazione che probabilmente San Paolo non conosceva.
Ancora una volta, questi testi devono essere compresi nel loro contesto. («Un testo senza contesto diventa un pretesto per dimostrare una tesi», come recita un noto detto.) Le traduzioni bibliche più recenti cercano di tenerne conto. La New Revised Standard Version Updated Edition, che propone una traduzione accurata della Bibbia tenendo conto delle differenze culturali nel corso della storia, traduce arsenokoitai in 1Cor 6,9 con l’espressione «prostituti maschi». Anche il recente documentario «1946» ha esaminato il modo in cui le traduzioni di questi termini hanno influenzato la comprensione cristiana dell’omosessualità.
(Per approfondire il modo in cui la Bibbia affronta l’omosessualità e i cosiddetti «clobber passages», si può consultare una raccolta di contributi di alcuni tra i più autorevoli studiosi biblici al mondo, disponibile online nella guida The Outreach Guide to the Bible and Homosexuality e nel nostro libro The Bible and Homosexuality.)
Il Catechismo sull’omosessualità e sulle relazioni tra persone dello stesso sesso
Per quanto riguarda il Catechismo della Chiesa cattolica, il compendio ufficiale dell’insegnamento della Chiesa, vi troviamo una certa compassione nei confronti delle persone LGBTQ. Il Catechismo ci chiede di «accogliere» le persone gay (non semplicemente di trattarle) con «rispetto, compassione e delicatezza» (n. 2359). (Nel Catechismo, pubblicato per la prima volta nel 1992, viene utilizzato il termine «omosessuali», ma è ragionevole estendere l’applicazione di questo insegnamento alle persone LGBTQ in generale.)
Tutte queste parole — «accoglienza», «rispetto», «compassione» e «delicatezza» — rappresentano virtù fondamentali in un mondo, e talvolta anche in una Chiesa, in cui le persone LGBTQ possono ancora ritrovarsi escluse, ignorate o denigrate.
David Palmieri, educatore di lunga esperienza nelle scuole cattoliche, ha osservato che, quando il Catechismo moderno fu redatto durante il pontificato di san Giovanni Paolo II, venne pubblicato inizialmente in francese, nel 1992. Una frase del numero 2358 è particolarmente significativa. Riferendosi alle persone con «tendenze omosessuali», il testo francese afferma: «Ils doivent être accueillis avec respect, compassion et délicatesse», ossia: «Devono essere accolti con rispetto, compassione e delicatezza».
Nella traduzione inglese del 1994, questa frase venne resa così: «Devono essere accettati con rispetto, compassione e delicatezza».
«Ben presto emersero alcune perplessità riguardo al significato del verbo accept in inglese», ha scritto Palmieri, «poiché poteva suggerire un’approvazione morale, piuttosto che un atteggiamento di considerazione e rispetto sul piano morale».
Nel 1997, la Chiesa pubblicò una traduzione ufficiale del Catechismo in latino, nella quale la frase venne resa con le parole Excipiendi sunt observantia, compassione et suavitate («Devono essere ricevuti con rispetto, compassione e delicatezza»).
Palmieri scrive: «Sebbene la traduzione inglese di questa frase latina abbia mantenuto il termine accept (“accettare”), l’uso dell’espressione excipiendi sunt (“devono essere ricevuti”) nella versione latina ha chiarito che l’intenzione della Chiesa è quella di esprimere un atteggiamento di ospitalità».
È interessante notare che la prima versione inglese del Catechismo, pubblicata nel 1994, affermava anche: «Non scelgono il proprio orientamento omosessuale». Questa considerazione è stata eliminata nelle edizioni successive e non compare più nella versione online, ma soltanto nelle edizioni cartacee più vecchie.
Esaminiamo però i passaggi più frequentemente citati. Il Catechismo insegna che l’omosessualità (l’inclinazione, non la persona) è un «disordine oggettivo» e che gli atti omosessuali sono «intrinsecamente disordinati» (n. 2359). Le persone omosessuali sono quindi chiamate alla castità nella continenza, come indicato anche nella «Dichiarazione circa alcune questioni di etica sessuale» («Persona Humana»), pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede nel 1975.
Che cosa significano questi termini?
Innanzitutto, non significano che le persone LGBTQ siano un errore. Né significano che siano affette da un disturbo psicologico o che siano disordinate in se stesse. Nella teologia cattolica, piuttosto, esistono due finalità dei rapporti sessuali, che sono «inscindibilmente connesse», come spiega Papa Paolo VI nella sua enciclica del 1968, «Humanae Vitae» («Sulla regolazione della natalità»). Si tratta essenzialmente di termini filosofici e teologici che riguardano i fini, ossia gli scopi ultimi (telos, per usare un termine greco), delle relazioni sessuali umane.
Una delle finalità dei rapporti sessuali è quella «procreativa» (cioè generare figli), mentre l’altra è quella «unitiva» (l’amore reciproco, l’affetto e il sostegno vicendevole). La Chiesa afferma che, poiché le coppie dello stesso sesso non possono generare figli, il desiderio erotico rivolto a persone dello stesso sesso non è «ordinato» al proprio fine. È inoltre importante comprendere che il Catechismo non si pronuncia sull’amore reciproco, sull’affetto o sulla profonda amicizia che possono esistere tra due uomini o tra due donne, ma piuttosto sugli impulsi fisici di natura erotica. Infatti, pur spiegando perché non sia possibile «legittimare» le relazioni tra persone dello stesso sesso che comportano un’attività sessuale, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha recentemente riconosciuto la presenza, in queste relazioni, di «elementi positivi, che in sé sono da apprezzare e valorizzare».
E sebbene le loro dichiarazioni non abbiano la stessa autorità di un documento vaticano, singoli vescovi e persino conferenze episcopali si sono espressi positivamente sull’amore che esiste all’interno delle coppie dello stesso sesso. Nel 2022, i vescovi del Belgio hanno scritto quanto segue nel loro documento «Essere pastoralmente vicini alle persone omosessuali»: «Altri scelgono di vivere in coppia, in un’unione duratura e fedele con un partner. Anche loro meritano il nostro apprezzamento e il nostro sostegno. Anche questa relazione, pur non essendo un matrimonio religioso, può infatti essere fonte di pace e di felicità condivisa per le persone coinvolte».
Non sorprende che molte coppie dello stesso sesso che vivono insieme da anni affermerebbero che le loro relazioni sono effettivamente fonti profonde di amore e di sostegno reciproco. Molte coppie dello stesso sesso dimostrano inoltre un amore capace di sacrificio, come quando uno dei due partner si ammala e viene assistito e accudito dall’altro. Per questo motivo, molte persone si sentono ferite quando la Chiesa non riconosce il carattere «unitivo» di queste relazioni.
Più recentemente, la Chiesa ha insegnato che i sacerdoti e i diaconi, in determinate circostanze, possono impartire benedizioni alle coppie dello stesso sesso che ne fanno richiesta. Molti osservatori hanno considerato questa possibilità un importante passo avanti, mentre in altri ambienti ha incontrato una forte opposizione. Secondo il documento intitolato «Fiducia Supplicans» («Sul senso pastorale delle benedizioni»), promulgato dal Dicastero per la Dottrina della Fede, queste benedizioni non possono avere carattere liturgico (non possono assomigliare a un matrimonio); non possono essere programmate in anticipo (la coppia, per esempio, non dovrebbe inviare inviti); e devono essere spontanee (per esempio, sui gradini di una chiesa, prima o dopo la Messa). Questo per evitare che si possa pensare che la Chiesa stia celebrando matrimoni tra persone dello stesso sesso.
Queste forme di benedizione, come già accennato, hanno suscitato controversie. Molti vescovi in Africa in particolare (e un’importante conferenza episcopale africana) hanno dichiarato che non accetteranno questo insegnamento del Vaticano. D’altra parte, in molti luoghi, soprattutto in Occidente, questa nuova possibilità è stata accolta favorevolmente. Le coppie dello stesso sesso (espressione utilizzata nel documento) hanno apprezzato il fatto che i ministri della Chiesa sono in grado di rispondere loro con attenzione e sollecitudine pastorale.
(Per approfondire ciò che il Catechismo insegna sull’omosessualità, si veda «Qual è l’insegnamento ufficiale della Chiesa sull’omosessualità?».)
La cura pastorale delle persone transgender
Infine, vi è la questione relativamente nuova dell’insegnamento della Chiesa sulle persone transgender e della cura pastorale loro rivolta. Su questo tema, la risposta della Chiesa è stata complessa e varia da Paese a Paese, talvolta persino da diocesi a diocesi. Nell’esortazione apostolica Amoris Laetitia, pubblicata dopo il Sinodo sulla famiglia del 2015, Papa Francesco ha scritto che «il sesso biologico e il ruolo sociale-culturale del sesso (gender) si possono distinguere, ma non separare». Allo stesso tempo, verso la fine della sua vita, Papa Francesco ha incontrato regolarmente persone transgender, come segno della sua vicinanza pastorale.
Nel 2019, l’organismo vaticano allora conosciuto come Congregazione per l’Educazione Cattolica (oggi parte del Dicastero per la Cultura e l’Educazione) ha pubblicato un documento intitolato «Maschio e femmina li creò», che condanna qualsiasi «teoria del gender» che consenta alle persone di «scegliere il proprio genere». Allo stesso tempo, il documento invita al dialogo e all’ascolto su questo tema. Alcuni anni fa, quando ho incontrato il prefetto di quell’organismo, il Cardinale Giuseppe Versaldi, mi ha detto che potevo rendere pubblico il suo desiderio che il documento non arrecasse danno alle persone transgender, sottolineando che esso era destinato principalmente alle scuole cattoliche.
E per quanto riguarda il modo in cui le persone transgender vengono trattate e accompagnate pastoralmente dalla Chiesa negli Stati Uniti?
Da una parte, alcuni vescovi impongono forti restrizioni e talvolta arrivano persino a vietare agli studenti transgender di frequentare le scuole cattoliche. Dall’altra, vi sono le indicazioni del Dicastero vaticano per la Dottrina della Fede, adottate in alcune diocesi statunitensi, secondo le quali le persone transgender possono svolgere il ruolo di padrini o madrine di battesimo e di testimoni di matrimonio. La diocesi di Davenport, in Iowa, per citare un solo esempio, ha pubblicato un documento sulla cura pastorale delle persone LGBTQ, frutto di diversi incontri di ascolto, che molti hanno considerato un approccio compassionevole nei confronti degli studenti transgender nelle scuole cattoliche.
Infine, abbiamo la testimonianza di vescovi come il cardinale Wilton Gregory, già arcivescovo di Washington, D.C., il quale, quando una giovane transgender gli ha chiesto quale fosse il suo posto nella Chiesa, le ha risposto: «Tu appartieni al cuore di questa Chiesa». E alcune parrocchie accolgono le persone transgender nelle proprie attività pastorali, come abbiamo raccontato negli articoli pubblicati su Outreach.
Altre forme di insegnamento
Gli studiosi del Nuovo Testamento ci ricordano che Gesù insegnava sia con le parole sia con i fatti, e che gli uni rafforzavano il significato degli altri. Allo stesso modo, anche ciò che i responsabili della Chiesa, soprattutto i papi e i vescovi, dicono e fanno costituisce una forma di insegnamento. È opportuno ricordare, inoltre, che esistono diversi «livelli» dell’insegnamento della Chiesa: ciò che il Concilio Vaticano II ha promulgato in un documento, o ciò che un papa scrive in un’enciclica, si colloca naturalmente su un piano diverso rispetto a un commento estemporaneo di un vescovo o a qualcosa che un sacerdote o un diacono afferma durante un’omelia. Tenendo presente questa distinzione, possiamo esaminare alcuni di questi «insegnamenti» degli ultimi anni.
Per cominciare, sebbene questa posizione non sia ancora stata inserita nel Catechismo della Chiesa cattolica, Papa Francesco si è espresso pubblicamente contro la criminalizzazione dell’omosessualità. (In alcuni Paesi, le relazioni tra persone dello stesso sesso non costituiscono soltanto un reato, ma possono essere punite persino con la morte.) Durante il suo pontificato, Francesco ha inoltre affermato che i genitori non dovrebbero mai abbandonare i propri figli LGBTQ; ha nominato un uomo dichiaratamente gay membro di una commissione pontificia; ha inviato lettere di benvenuto ai convegni di Outreach e messaggi di incoraggiamento; e ha incontrato cattolici impegnati nella pastorale delle persone LGBTQ, tra cui Suor Jeannine Gramick, S.L., cofondatrice di New Ways Ministry, e me. Tutte queste sono forme di insegnamento.
Più recentemente, Papa Leone XIV ha parlato con la giornalista Elise Allen per la biografia che lei gli ha dedicato e ha affrontato il tema dell’accoglienza. Tra l’altro, nel risponderle ha fatto riferimento alle «questioni LGBTQ», segnando un cambiamento rispetto alla tendenza di alcuni rappresentanti della Chiesa a evitare deliberatamente questo termine. «Quello che cerco di dire è ciò che Francesco esprimeva molto chiaramente quando ripeteva: “todos, todos, todos”», ha affermato il Santo Padre. «Tutti sono invitati a entrare, ma io non invito una persona perché ha o non ha una determinata identità. Invito una persona perché è figlio o figlia di Dio. Siete tutti i benvenuti, e impariamo a conoscerci e a rispettarci reciprocamente».
Durante la mia udienza personale con il Santo Padre, nel settembre 2026, il messaggio che ho colto è stato che desiderava proseguire sulla strada dell’apertura e dell’accoglienza tracciata da Papa Francesco, ma che doveva anche affrontare altre questioni importanti: la guerra, la pace e l’unità della Chiesa. Anche queste sono tutte forme di insegnamento da parte dei papi.
Negli ultimi tempi, inoltre, si sono moltiplicati gli interventi di cardinali, arcivescovi e vescovi che hanno parlato della necessità di estendere la cura pastorale alle persone LGBTQ all’interno della Chiesa: dal Cardinale Domenico Battaglia in Italia al Cardinale Robert McElroy negli Stati Uniti, fino al vescovo Arnaldo Carvalheiro Neto, referente ufficiale della Conferenza episcopale brasiliana per i cattolici LGBTQ.
Ancora una volta, si tratta di forme di insegnamento, in questo caso da parte dei vescovi, il cui ministero tradizionale consiste nell’«insegnare, governare e santificare». Un recente convegno, tenutosi presso la Curia generalizia dei gesuiti a Roma, dedicato alle questioni relative alla pastorale delle persone LGBTQ e alla riflessione su tutti questi livelli dell’insegnamento della Chiesa, ha visto la partecipazione di 10 vescovi italiani.
(Per ulteriori approfondimenti su ciò che papi, cardinali, arcivescovi e vescovi hanno affermato riguardo alle persone LGBTQ, si consulti Outreach.faith.)
Amatevi gli uni gli altri
Nel complesso, quando riflettiamo sull’insegnamento della Chiesa riguardo alle persone LGBTQ, torniamo all’insegnamento fondamentale: sono create e amate da Dio. E quando guardiamo alle parole e ai gesti di Gesù durante il suo ministero pubblico, vedendo come egli si avvicini ripetutamente a coloro che si trovano ai margini, siamo invitati a chiederci in che modo anche noi stiamo «facendo lo stesso» e come trattiamo e accogliamo le persone LGBTQ con quel «rispetto, compassione e delicatezza» di cui parla il Catechismo.
Ancora più fondamentalmente, come dice Gesù in Gv 13,34, siamo invitati ad «amarci gli uni gli altri».
Alcune parti di questo articolo sono apparse, in forma abbreviata, in «Che cosa insegna la Chiesa cattolica riguardo alle persone LGBTQ?», pubblicato su US Catholic; «Qual è l’insegnamento ufficiale della Chiesa sull’omosessualità?», pubblicato su America Media; e «Zaccheo, quelli che mormorano e le persone LGBTQ», pubblicato su Outreach.faith. Si veda anche The Bible and Homosexuality, una raccolta di saggi pubblicati da Outreach, a cura di Michael J. O’Loughlin, e la risorsa online che raccoglie gli stessi contributi, The Outreach Guide to the Bible and Homosexuality. Per approfondire i concetti di «rispetto, compassione e delicatezza» presenti nel Catechismo della Chiesa Cattolica, si veda il mio libro Un ponte da costruire. Una relazione nuova tra Chiesa e persone LGBT.



