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Dopo il Giubileo a Roma, un nuovo cammino prosegue.

Outreach Original Alessandro Previti / May 1, 2026 Print this:
Il pellegrinaggio per i cattolici LGBTQ fuori dalla Basilica di San Pietro. Oltre mille pellegrini cattolici LGBTQ e alleati si sono riuniti a Roma per celebrare l'Anno Giubilare nel settembre 2025 (Foto per gentile concessione dell'autore).

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Camminare insieme a Roma

Siamo chiamati per nome. Dopo il Giubileo, un cammino continua

In quei giorni, lo spirito accogliente della Chiesa si è reso manifesto. Era settembre 2025, e persone che spesso si erano sentite ai margini della Chiesa si sono ritrovate a Roma per il Giubileo, a camminare accanto a sacerdoti, religiose e altri credenti.

Erano arrivate per il pellegrinaggio organizzato da La Tenda di Gionata e da altre associazioni, spesso chiamato informalmente pellegrinaggio LGBT+. È stato un tempo importante: un pellegrinaggio dedicato alle persone LGBT+ e loro cari, riconosciuto pubblicamente nel contesto più ampio del Giubileo, accolto in spazi ecclesiali e segnato dalla presenza di numerosi sacerdoti, religiose e altri credenti.

 La novità non era semplicemente che persone LGBT+ e le loro famiglie fossero lì, a Roma, ma che non fossero più invisibili.

Dopo il pellegrinaggio giubilare a Roma, è rimasta sospesa per molti la stessa domanda: e adesso?

Io mi ero occupato di coordinamento dei gruppi in lingua straniera e, nei mesi precedenti al pellegrinaggio, avevo passato molte ore ad aiutare le persone a capire che cosa sarebbe stata quell’esperienza. Avevo ascoltato domande, dubbi, preoccupazioni e speranze. Quando siamo arrivati a Roma, quei 1.400 pellegrini non erano più soltanto un numero, ma volti ormai familiari. A Roma hanno incontrato sacerdoti, religiose e credenti che erano lì di persona, con la loro storia, la loro fede, il loro nome.

Quando un fiume scorre sottoterra, le persone iniziano a pensare che sia scomparso. Allo stesso modo, quando il pellegrinaggio è finito, è emersa una domanda: anche quello spirito di rinnovamento era scomparso? Come poteva continuare quel cammino?

Quel pensiero era un chiodo fisso, e ha fatto da seme per una nuova iniziativa  Ma per spiegare perché quella domanda contasse così tanto, devo tornare più indietro.

Si forma un sentiero

Il mio percorso in questo lavoro risale alla fine degli anni Novanta. Vivevo a Palermo, in Sicilia. Facevo parte di un’organizzazione laica e offrivamo uno spazio di ascolto per persone LGBT+, soprattutto per quelle più esposte al rifiuto, alla vulnerabilità della strada e all’esclusione sociale.

Questo comportava anche dei rischi. In quel contesto, accompagnare le persone lontano dalla disperazione e dallo sfruttamento poteva significare incrociare interessi legati alla prostituzione, al controllo del territorio e alle economie criminali. La disperazione, a quanto pare, può essere un business.

Eppure dipingerei Palermo in modo ingiusto se mi fermassi qui. Fedele alla sua profonda eredità culturale, molte persone lì mostravano una capacità di accoglienza profonda e immediata, che non aveva bisogno di parole, una capacità che raramente ho incontrato altrove.

 Io lavoravo in un’organizzazione laica, eppure fu la Chiesa a offrirci uno spazio.All’epoca pochi avrebbero immaginato che una chiesa potesse essere il luogo in cui si apriva una porta. Eppure accadde proprio questo. Capii allora che non esiste una formula: l’accoglienza comincia quando qualcuno è disposto ad aprire una porta.

Ho portato con me quella lezione in tutte le stagioni della vita.

Anni dopo, vivendo in Polonia, ho iniziato a comprendere la portata della questione. Ricordo in particolare un Pride a Varsavia. Da una parte c’erano persone LGBT+, visibili, orgogliose, visibili alla luce del sole, una folla colorata che attraversava le strade. Di fronte a noi c’era una folla di contro-manifestanti: vestiti di grigio, teste rasate, urla all’unisono, braccia alzate nel saluto nazista. Tra noi e loro, file di poliziotti in tenuta antisommossa formavano un muro di protezione lungo tutto il corteo. Da una parte, colore e visibilità; dall’altra, un odio monocromo, forte nell’anonimato dalla folla.

Quando sono tornato in Italia, ho ritrovato la fede e ho iniziato a coinvolgermi in diversi gruppi. Ho incontrato persone straordinarie nella Chiesa, che da anni dedicavano la loro vita a costruire percorsi di accoglienza e accompagnamento. Quel cammino mi ha portato, infine, nel gruppo di lavoro del pellegrinaggio giubilare.

Quell’esperienza ha confermato qualcosa che intuivo da tempo: nella Chiesa accade molto più di quanto si riesca a vedere dall’esterno. Sacerdoti, religiose, laici, genitori e persone LGBT+ stanno portando avanti un lavoro paziente di ascolto, accoglienza, discernimento e accompagnamento. Un lavoro che tiene insieme fede, preghiera e incontro reale, non idee senza volto.

Sì, dopo il pellegrinaggio molti hanno sentito che si era aperto un cammino e si sono chiesti: e adesso? Perché quando un fiume scorre sottoterra, le persone iniziano a pensare che il fiume non ci sia più.

La risposta non poteva essere il silenzio.

Desideravo che alcune delle voci che avevano reso significativo il pellegrinaggio potessero raggiungere persone in Italia e all’estero.

Chiamato per nome

Ho pensato che un modo per continuare il cammino potesse essere la preghiera: preghiera vera, preghiera condivisa. Da questo seme nasce una nuova serie di incontri che abbiamo chiamato Called by Name, Chiamati per Nome. Sono incontri online gratuiti, in italiano e in inglese, con preghiera, testimonianza, riflessione e uno spazio di dialogo.

Sapevo per certo cosa non volevo: un altro webinar da ONG, con un comitato che abbina temi e relatori a una narrazione preferita o a una logica pre-definita. Penso che ci siano persone che hanno bisogno di spazi di preghiera e dialogo che nascano dalla fede vissuta e dall’incontro.

Per questo gli organizzatori sono persone, non rappresentanti di gruppi. È una scelta precisa: non c’è un comitato o un consiglio dietro l’iniziativa. Il vero ospite di ogni incontro è il sacerdote o la religiosa che rivolge l’invito. È quella persona a scegliere il tema. È quella persona a decidere di che cosa parlare. Questa differenza, io credo che conti.

Il primo incontro, l’8 maggio alle 21:00, sarà guidato da suor Enrica Solmi, delle Suore Francescane dell’Immacolata di Palagano, vicino a Modena.

Quando ho parlato per la prima volta con suor Enrica, le ho chiesto una parola chiave per l’incontro. Mi ha risposto: “disarmo”. Poi ha iniziato a parlare, con calma e con grande convinzione, del modo in cui il disarmo può aprire i cuori e i cammini di fraternità. Desidera partire da san Francesco e santa Chiara e parlare di una trasformazione che non comincia dalla distruzione, ma dalla conversione, dall’umiltà e dal disarmo del cuore.

Francesco era radicale, ma non scismatico. La fedeltà di Chiara era mite, ma non debole. Cercavano il cambiamento, non la rottura per la rottura. Volevano che la Chiesa diventasse più fedele, non volevano farla a pezzi. In un momento di divisioni sempre più dure, partire da qui dice molto.

Suor Enrica è una persona straordinariamente gentile, ma non c’è nulla di debole in ciò che propone.

Seguiranno altri incontri. Don Andrea Conocchia, conosciuto per la sua vicinanza alle persone che vivono situazioni di disagio ed esclusione, sarà con noi, anche se sta ancora discernendo il tema che porterà.

Don Andrea Bigalli partirà dalla scena evangelica di Gesù che guarisce il lebbroso e dalla domanda su che cosa venga davvero guarito: non soltanto la ferita della persona esclusa, ma anche gli occhi di chi non vede più una persona, soltanto un’etichetta.

Don Marco Torre parlerà del passaggio da un’immagine burocratica della Chiesa all’immagine di una famiglia in cui le persone sono conosciute e chiamate per nome.

Queste sono soltanto alcune delle voci che si uniranno a noi nei prossimi mesi. Altre arriveranno da diverse parti del mondo. Non posso dire quante saranno, né per quanti mesi continueremo. Posso però dire con certezza che ogni incontro varrà la pena di essere seguito, perché ogni incontro sarà unico.

Non c’è un arco narrativo pianificato in anticipo: ci sono preghiera, fede e la gioia di essere ciò che siamo, amati nella fede. Ma credo che, un invito alla volta, una preghiera alla volta, come pietre poste una accanto all’altra, un sentiero apparirà.

Sono felice che tante persone de La Tenda di Gionata, GNRC, Drachma e Outreach credano in questa iniziativa. Spero che molti si uniscano a noi. La preghiera, quando è condivisa, splende più forte.

Alessandro Previti

Alessandro Previti is an Italian activist, strategic consultant, project coordinator, podcaster, and visual communicator working at the intersection of faith, human rights, and advocacy for LGBTQ people. He collaborates primarily with La Tenda di Gionata, A.Ge.D.O., and the Global Network of Rainbow Catholics.

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